In nome della piazza iraniana
Offuscato dalla primavera araba, schiacciato tra l’ambizioso protagonismo del premier turco Erdogan e la fine cruenta del colonnello libico Gheddafi, il dossier iraniano è infine riemerso sui radar internazionali, rilanciato dal ritiro delle truppe americane in Iraq e dallo sgangherato complotto per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington.

Domenica scorsa, alla Cnn, il presidente Ahmadinejad è tornato a fare l’Ahmadinejad. Per tutta la settimana precedente il segretario di stato americano, Hillary Clinton, e il suo collega al Pentagono, Leon Panetta, avevano lanciato avvertimenti affinché Teheran non malinterpretasse il ritiro: la presenza americana nella regione resta determinante secondo Panetta: tremila uomini in Bahrein, tremila negli Emirati arabi uniti, 7.500 in Qatar dove è localizzato il quartier generale di Centcom, 23 mila in Kuwait cui va aggiunta la “formidabile” forza navale statunitense.
Ma il presidente iraniano, interrogato dalla Cnn sulla possibilità di offrire assistenza militare alle truppe irachene, non ha resistito alla tentazione di lanciare una delle sue provocazioni: “Credo che avremmo dovuto farlo prima, 7 o 8 anni fa”. Eppure l’Iran, insicuro delle sue alleanze – quella con Ankara traballa e quella solidissima con Damasco è sottoposta a continui aggiustamenti (cosmetici) a difesa delle malconce pubbliche relazioni regionali – appare piuttosto ripiegato su se stesso.
A pochi giorni dalla diffusione del nuovo rapporto dell’Aiea e dalla possibilità di nuove sanzioni, la dirigenza iraniana si avvita in uno stillicidio di scandali e veleni pre elettorali (a marzo si vota per il rinnovo del Parlamento) frutto della rancorosa fine dell’amore tra l’ayatollah Khamenei e il presidente Ahmadinejad. Proprio adesso la Casa Bianca è tornata a battere un colpo con un’offensiva diplomatica in grande stile. Intervistata per la prima volta da Bbc farsi e da Voice of America (nello spazio offerto dal programma satirico cult “Parazit”), Hillary Clinton ha teso una mano alla smarrita piazza iraniana.
Il segretario di stato ha risposto alle domande dei telespettatori parlando del complotto fallito e delle sanzioni (quelle ventilate verso la Banca centrale iraniana in particolare), ma ha soprattutto citato i dissidenti e le loro terribili prigionie, senza dimenticarsi Ciro il Grande come “inventore dei diritti umani” e la cortina informatica che avvolge l’Iran come primo muro da abbattere. L’America vuole aprire un’ambasciata virtuale a Teheran, ha detto Clinton, consapevole di quanto “l’invasione culturale” ossessioni il regime. E’ l’inizio dello strangolamento che paventa il regime, si augurano gli ottimisti. Per gli altri è soltanto una risposta, forse tardiva, ai cartelli dell’estate del 2009: “Americani, siete con noi o siete con loro?”.